Gen 19 2012

Fascisti e forconi

(Magari quello che sto per scrivere è solo ultraradicalismo politico da premestruo. Magari, invece, no)

La questione è quella dei legami del Movimento dei Forconi Siciliani con Forza Nuova:  la cosa su cui, nello specifico, mi preme soffermarmi è la ricezione della cosa a sinistra, nei movimenti.
Strumentalizzazioni. Movimento dei forconi strumentalizzato da Forza Nuova. Rabbia popolare strumentalizzata: nei commenti di molti compagni o presunti tali, si leggono amenità di questo tipo.

Un mucchio di cazzate, dico io:  i discorsi sulle masse strumentalizzate mischiano tratti da sinistra elitaria rad-chic, tratti da Grillo e tratti da PD, oltre ad essere giustificanti e autogiustificanti. Espongo punto per punto:

•Il concetto di “strumentalizzazione” come accozzaglia di grillismo ed elitarismo/roba da PD.
Il concetto di strumentalizzazione è un concetto a doppio senso: se da un lato c’è qualcuno che strumentalizza, dall’altro c’è qualcuno che si lascia strumentalizzare. Partendo da questo presupposto, la frase “Il movimento dei Forconi è stato strumentalizzato da Forza Nuova” è facilmente traducibile nell’odioso, paternalistico, elitaristico concetto da sinistra radical chic di: “Il Movimento dei Forconi è una massa di povera gente affamata ed ignorante che si fa guidare da Forza Nuova invece che da noi”.  Peggio ancora la variante pseudogrillina, la variante nè-di-destra-nè-di-sinistra: roba tipo “La fame non ha colore politico”.  Eh? WTF? Riadattando Quadruppani al contesto: “Ci sono due modi di combattere la fame. Uno di destra e uno di sinistra”.

•Il concetto di “strumentalizzazione” come giustificazione.
I fascisti sono fascisti. Non sono “povera gente allo sbando”, per tornare a sopra. Se sono stati “strumentalizzati” è perchè hanno voluto farsi strumentalizzare. Nessuno sconto.

•Il concetto di “strumentalizzazione” come autogiustificazione.
E’ il più hide, ma probabilmente a livello causale/psicologico è quello preponderante, per una serie di motivi. Il primo: parlare di “Forza Nuova che strumentalizza” è autoassolvente perchè toglie dall’impiccio del fare autocritica sull’ incapacità a sinistra di uscire dalla logica del dualismo movimento/massa popolare di cui sopra e creare qualcosa di simile ma politicamente alternativo, rispetto al Movimento dei Forconi in questione. Il secondo: l’atteggiamento generale di “caduta dalle nuvole” e di incredulità, quasi, che un movimento simile possa essere di destra, denuncia se non ignoranza, quantomeno un imperdonabile lassismo riguardo all’esistenza della destra sociale che invece, ormai, dovrebbe esserci -purtroppo- nota da anni.

In conclusione, i fascisti sono fascisti e basta e l’antifascismo non fa sconti. Basta col “capire” e “conciliare”, giustificare e tentare invano di de-strumentalizzare: combattere. E magari piuttosto che tentare pigramente (e probabilmente, invano) di trascinare a sinistra un movimento già esistente e esplicitamente di destra, creare un’alternativa.

eveblissett 


Dic 15 2011

Appunti sulla “musica di destra” tra violenza, intolleranza, misoginia, xenofobia (e legami con casaPound)


Stamattina grazie a @Jumpinshark ho scoperto l’ormai purtroppo noto articolo de IlPost.it che, riassunto in pochissime e chiarissime parole, non è altro che un’accorata apologia di casaPound e dei bravi ragazzi di casaPound (notare anche l’ottima risposta di @zeropregi, tra i commenti). Io, per uno dei miei frequenti stream of consciousness mentali, mi sono messa ad immaginare un possibile monologo interiore di Gianluca Casseri, il killer di Firenze. Una cosa tipo:

«Che faccio, sparo o non sparo? Sparo o non sparo? Sparo o non sparo? 

(…)

Ma si, nel dubbio, sparo. Lo dice pure Iannone. Nel dubbio, mena. E mena, spara, che differenza vuoi che faccia?»

Il Iannone del monologo immaginario di Casseri è Gianluca Iannone che non solo è uno dei leader, uno dei personaggi più noti di casaPound, ma è anche il leader del gruppo musicale di estrema destra Zetazeroalfa. Uno dei successi degli Zetazeroalfa (tanto che ormai, di nome, la conosciamo pure a sinistra),  si intitola, guarda-un-po’, proprio “Nel dubbio mena” ed è (come gran parte della produzione del gruppo) un inno alla violenza, nè più, nè meno. Comunque ho deciso di non fermarmi alla scenetta mentale del monologo immaginario di Casseri e di mettermi (con una punta di masochismo) a cercare, leggere e studiare tutti i testi degli Zetazeroalfa. Sono capitata su questo sito che si chiama “Archivio Non Conforme” (poi, come mi facevano notare su Twitter, sotto alla scritta “Archivio Non Conforme“, c’era una foto con tutte scarpe Adidas uguali, ma questa è un’altra storia), che raccoglie non solo i testi degli Zetazeroalfa ma tutti i testi dei gruppi cosiddetti di destra. Ecco quello che ho trovato (non metto i link volutamente ndr):

1.Armco-Agonia della nazione

(…)
Profughi di ogni terra son qui per compassione!
Così stanno uccidendo la nazione!
(…)

Vedi alla voce “Immigrati-che-fottono-il-lavoro-agli-italiani” del post precedente, praticamente. Dario Bressan degli Armco ha suonato a casaPound Torino.

2. Blind Justice -Misoginia

Sogni un amore da “Tre metri sopra il cielo”
Con quei quattro sfigati che ti sbavano dietro
Guardi con invidia le troie in TV
Perché in fondo così vuoi essere anche tu!

Quanto mi fa schifo quella frottola infame
Che nasconde con amore la vostra essenza di puttane
Colpi di spazzola, lucchetti e mimose
Scusa, non ti chiamo amore perché penso che…

Misoginia: unica via!
Misoginia: unica via!
Misoginia: unica via!
Misoginia: unica via!

Misoginia unica via. Serve commentare? I Blind Justice sono uno dei gruppi di casaPound (o almeno, Adriano dei Blind Justice è “uno di casaPound”, lo dicono loro).

3.Block11-Invasione

Aumentano gli sbarchi di vili fuggitivi
Gommoni traboccanti di altri cento clandestini
Volti senza nome nei centri di accoglienza,
Ma nessuna ribellione a questa sudicia presenza!

Scortati dagli sbirri, amati dalla chiesa
Crogiolo di voti, nuove iscrizioni ai sindacati
Buonismo generale per la loro integrazione
Puoi chiuderli nei ghetti o meglio ancora se in prigione!

Lenta e inesorabile ha inizio l’invasione difesa dalle leggi e dalla vostra repressione!
Una battaglia facile di certo non sarà, ma non voglio il terzo mondo nella mia città!
Lenta e inesorabile ha inizio l’invasione difesa dalle leggi e dalla vostra repressione!
Una battaglia facile di certo non sarà, ma non voglio il terzo mondo nella mia città!
No, non voglio il terzo mondo nella mia città, no, non voglio il terzo mondo nella mia città, no, non voglio il terzo mondo nella mia città!

Aumentano le denunce nei commissariati
Quartieri impraticabili, reati depenalizzati
Che crescono a vista d’occhio come un brutto male
Lasciando i buoni immobili lì fermi ad osservare!

Io non ho mai accettato questo stato di cose
Io tengo alta la testa, penso al futuro della mia gente
Perché ciò che vedete vi lascia indifferenti?
Perché ciò che vivete vi lascia indifferenti?

Lenta e inesorabile ha inizio l’invasione difesa dalle leggi e dalla vostra repressione!
Una battaglia facile di certo non sarà, ma non voglio il terzo mondo nella mia città!
No, non voglio il terzo mondo nella mia città, no, non voglio il terzo mondo nella mia città, no, non voglio il terzo mondo nella mia città!

I Block11 hanno suonato a Catania con gli Zetazeroalfa, il gruppo del suddetto Gianluca Iannone (google, chiavi di ricerca > Block11 + Zetazeroalfa)

4.Delenda Carthago-Invasione

Nessuno può capire quello che proviamo, questo nostro senso di appartenenza
Non ci sono limiti, è inarrestabile, per questa nostra terra gridiamo: «Indipendenza!»
Si parla continuamente di razzismo e prepotenze, ma non mi frega un cazzo di Maometto e la sua gente
Non posso tollerare chi accoglie indifferente tutta quella melma dal Medio Oriente!

La sola soluzione è fermare l’invasione, questa è l’altra faccia della globalizzazione!
La sola soluzione, fermare l’invasione, questo è un attentato alla nostra nazione!

Mi alzo la mattina, apro il giornale, ecco i risultati del meticciato culturale:
“Droga nelle strade”, “Rapine a mano armata”, ma questa è la mia terra e non l’ho mai abbandonata
Anche nelle scuole non c’è più una morale, se appendi un crocefisso poi finisci in tribunale,
Ma si innalza una moschea, si festeggia il Ramadan e il destino dell’Italia chissà quale sarà?

La sola soluzione è fermare l’invasione, questa è l’altra faccia della globalizzazione!
La sola soluzione, fermare l’invasione, questo è un attentato alla nostra nazione!
La sola soluzione è fermare l’invasione, questa è l’altra faccia della globalizzazione!
La sola soluzione, fermare l’invasione, questo è un attentato alla nostra nazione!

Non si trova tantissimo. Googlando Delenda Carthago+casaPound viene fuori un sito non più esistente.

5.Gesta bellica-Afrikaner

(…)
Quella terra è loro da generazioni,
Ma il mondo gli ha detto: «Siete voi gli stranieri!»
Son discendenti d’orgogliosi europei
Unici bianchi tra popoli neri!
(…)

6.Gesta Bellica-Società multirazziale

(…)
Mille genti da tutto il mondo, mille facce senza dignità
E l’Europa si frantuma in mille piccole società!

Bianco, potere bianco!
Bianco, potere bianco!
Bianco, potere bianco!
Bianco per la libertà!

Dicon che mi devo rassegnare, che è l’inizio di una nuova età
Furti, droga, musi neri, ma tutto questo non mi va
Società multirazziale: accampamenti per la mia città
Voglion casa ed il lavoro, ma tutto questo finirà!
(…)

Gli Afrikaner sono i bianchi sudafricani o namibiani, di origini olandesi, belghe o tedesche e religione calvinista noti, tra l’altro, per essere i fautori dell’apartheid. I Gesta Bellica sono un gruppo vicino a casaPound (nel 2009 hanno suonato anche alla festa di CasaPound insieme ad altri gruppi, tra cui gli Zetazeroalfa.

7.Nativi-Minoranza bianca

(…)
Noi odiamo gli invasori e non ci piace avere pietà!

Tu che predichi uguaglianza, pace e amore: il tuo progresso
Tu fai invadere la mia terra e dei deboli hai il consenso
(…)
Stai con noi o contro di noi? Grida: «Fuori gli immigrati!»
(…)

Sui Nativi online si trova poca roba. Solo che sono di Milano e sono abbastanza noti in questa simpatica scena musicale di estrema destra.

8.Non nobis domine-Ballata dell’immigrato

Vieni, vieni, clandestino, trasferisciti a Torino
Vieni, vieni a lavorare qui da noi
Vieni a vendere eroina, refurtiva e cocaina
Vieni a fare qualche piccola rapina
In questa città civile, tollerante ed accogliente
Tanto qui nessuno ti dirà mai niente!

Troverai chi ti protegge dai rigori della legge
La giustizia è un baraccone che non regge
L’italiano rapinato si difende ed è arrestato
Tanto qui ha sempre ragione l’immigrato
Tutti i pregiudicati, i peggiori ricercati
Qui da noi sono solo poveri immigrati!

A casa loro, a casa loro!
A casa loro, a casa loro!

Vieni pure a rapinare, a spacciare a violentare
Qui nessuno te la farà mai pagare
Ti proteggono magistarti, sindacati e polizia
L’espulsione non si sa che cosa sia
Vieni pure a ubriacarti, a fare danni ed a fare baldoria
Ogni anno c’è una nuova sanatoria!

C’è una schiera di assessori, volontari ed aliti prelati
Tutti in coro a benedire gli immigrati
Le rapine triplicate, i furti quintuplicati,
Ma non è colpa dei poveri immigrati
Se ad ogni angolo si spaccia, rassicura il questore
Non esiste un problema di immigrazione!

Vengono vengono qui per lavorare
Vengono perché non hanno niente da mangiare
O da rubare, rapinare violentare e spacciare… a casa loro

Non nobis domine. Sul solito fascioforum linkato prima un tale chiedeva “dove posso trovarli?” e un altro tale rispondeva “In tutti gli spazi casaPound Italia su tutto il territorio nazionale”

Menzioniamo solo en passant altra roba spiccatamente misogina come “Donna cesso” degli Hate for Breakfast (hanno fatto uno split con gli ZetaZeroAlfa, tra le altre cose) per poi continuare sulla scia dell’ultraviolenza, dell’odio e del patriottismo. E ci sono anche una sequela di brutte storpiature/appropriazioni di Tolkien (c’è un gruppo che si chiama “Lo Hobbit” e un’infinità di pezzi con titoli tipo “Tom Bombadil” o “Il puledro impennato”).

Per il momento il miniexcursus sulla musica dei bravi ragazzi termina qui (anche perchè rischio l’ulcera, a momenti). Leggete e fatevi voi un’idea a riguardo.

eveblissett


Dic 15 2011

S’ode a destra ecc. ecc. ecc. (Torino, Firenze, “largo ai giovani” e “quello che spreca i soldi alle slot machine”)

A Ponte, in provincia di Benevento (che poi è il paese di 2000 abitanti dove vivo) due settimane fa un tizio che faceva l’operatore ecologico fino a quando non hanno deciso di non rinnovargli il contratto, ha accoltellato, quasi ucciso, il sindaco.  Il paese (anzi, tutta la provincia), s’è fatto prendere dalla febbre del gossip noir, probabilmente covando la segreta speranza di trasformarsi in una nuova Avetrana o qualcosa del genere e io, prima di accorgermi che di nero c’era molto di più che il colore della cronaca, avevo registrato mentalmente il tutto come un episodio di rabbia sociale. Poi c’è stato questo scambio:

a.«Ma chissà quel povero cristo per arrivare a tanto cosa doveva avere dentro, che problemi doveva avere, a livello economico»
b,c,d,e,f,g (leggi, “a” viene aggredita da una massa urlante, in risposta). «Ma quando mai! Quello lì, quello lì buttava tutti i soldi alle macchinette (leggi: slot machine, videopoker eccetera ndr

Lo scambio di cui sopra, per essere più semanticamente e politicamente comprensibile, per esempio, potrebbe prevedere la parola “droga” al posto di “macchinette” e diventerebbe la più classica delle scene in cui la folla branco insegue coi forconi il tossico criminale, che è senza ombra di dubbio criminale già solo per il fatto di essere tossico.

Alla fine è la stessa cosa di quando, per la folla branco e per i media che diventano nè più nè meno che l’ululato del branco, sei criminale, sei senza ombra di dubbio criminale e colpevole, solo per il fatto di essere rom.  Come a Torino, uno dei quartieri di quella Torino operaia dove una folla (di cui faceva parte pure una tale rappresentante del Partito Democratico – ma Democratico de che, in questo caso?-), una di quelle folle brutte coi forconi e via discorrendo ha dato vita a quello che più tardi è stato definito un vero e proprio pogrom contro le bestie rom, sia i presunti, poi rivelatesi inesistenti, violentatori di una sedicenne, sia tutti gli altri, colpevoli semplicemente di essere rom, in un meccanismo punitivo metonimico (“colpiamo il tutto per la parte”), che è uguale identico a quando qualche nazista durante la seconda guerra mondiale giustificava l’Olocausto con “ma gli ebrei hanno ucciso Gesù”.

Ma passiamo a Firenze. A Firenze non c’è nessuna folla branco, c’è un killer isolato, Gianluca Casseri, membro di casaPound e a quanto pare, “noto intellettuale” negli ambienti neofascisti, che uccide due persone e ne ferisce una terza. Tre persone la cui colpa, secondo Casseri, è quella di essere senegalesi, di avere una differente attività dei melanociti rispetto alla sua. In questo caso la reazione della folla è controversa:  da un lato fioccano manifestazioni di sostegno non alla comunità migrante, ma al killer suicida (roba delirante tipo “Casseri è morto per noi” and similars) dall’altro, anche se il politically correct, il senso comune, impone di schierarsi dalla parte delle vittime, non si è esenti da una forma di razzismo semantico e figurativo subdola e strisciante (ne parla bene Jumpinshark sul suo blog, qui cito come esempio solo i tamburi tribali infilati dal teoricamente di sinistra TG3 alla fine dell’intervento di un migrante senegalese).

Nel frattempo c’è ancora chi tacitamente o meno accetta l’esistenza di casaPound in nome della libertà di espressione (e, sottolineerei, che gli stessi “qualcuno” che si fanno scudo della libertà d’espressione quando difendono a spada tratta casaPound non hanno proferito parola da paladini della l.d.e. quando, dopo il 15 ottobre, la suddetta l.d.e. è stata palesemente violata da perquisizioni della polizia nei centri sociali e nei covi valsusini a caccia di blackbloc. Ma quelli erano teppisti facinorosi e drogati dei centri sociali e pazzi notav, mica bravi ragazzi italiani di casaPovnd, dopotutto.) E c’è ancora, più di prima causa aggravarsi della crisi economica, chi parla di roba come “Gli-immigrati-che-ci-rubano-il-lavoro”. E c’è, dappertutto, ministri e premiertecnico compresi, gente che parla di vecchi (anziani) che devono pagare i debiti che hanno creato (vorrei ancora capire il ruolo che hanno mia madre, casalinga, e mio padre, ferroviere, nella creazione del debito, personalmente), devono fare sacrifici per i giovani, per i figli, per i nipoti, largo ai giovani, giovinezza al potere (vi ricorda qualcosa?), eccetera.

L’impressione generale è che in Italia, insomma, l’aria tiri a destra, molto a destra. Come uscirne? Prima di tutto uscire dalla dialettica del noi/voi, la stessa dialettica (sbagliata) che ho usato io sopra, il noi: movimento; voi: folla e iniziare a starci dentro, iniziare a capire di farne parte, a parlarci, a condividerci, a confrontarcisi. “La poesia è nelle strade” , ma impariamo a leggerla questa cazzo di poesia, prima che ci rubino le strade e le facciano diventare tutte nere.

eveblissett


Ott 4 2011

Dinamiche spicciole di psicologia 2.0 (#noncivasco, il successo di spinoza eccetera eccetera

In attesa di pubblicare la seconda parte del nostro SDA Cine Review sulla rappresentazione del potere nel cinema di Elio Petri (qui trovate la prima), condivido con voi qualche breve riflessione nata dalla questione Vasco Rossi versus Nonciclopedia, riguardo alla quale mi limito a rimandarvi a queste tre riflessioni che condivido in pieno: jumpinshark, valigiablu, lipperatura.

Qui, invece, analizzeremo una serie di fenomeni tipici del web e in particolare del mondo dei social network cercando di coglierne le dinamiche psicologiche.

1. la massificazione e la post-massificazione (o “parlarne anche se non me ne frega un cazzo per non essere emarginato”)

Ho qualche idea (piuttosto semplicistica) sul come una notizia nata in rete (o comunque condivisa per la prima volta in rete) diventi di massa, ma per il momento mi concentrerò sul momento immediatamente successivo: cosa ci succede quando veniamo intercettati da una notizia già “massificata”?
Il web, in questi casi è ben lontano dall’essere la roccaforte della libertà e -soprattutto per quanto riguarda i famigerati social network- finisce per assomigliare più a una via di mezzo tra la classe delle scuole medie e una giungla dove alla “legge del più forte” si sostituisce la legge del più social: se non dici la tua sull’argomento del giorno, sul TT, per dirla in termini twitteriani, sei escluso, sfigato, fuori dal branco e quindi condannato al disinteresse altrui (che è l’equivalente di soccombere al tempo dei social network).

Corollario: se non me ne frega un cazzo ma non posso fare a meno di parlarne per le ragioni di cui sopra, il compromesso è parlarne male.

(NOTA BENE: la “logica del branco” di cui sopra, a cui ieri il “popolo del web” o almeno parte di esso ha dato prova di sottostare è uno dei fondamenti psicologici del bullismo -in piccolo- e dei fascismi -in grande)

2.0 Zizek, i crociati del web, Wikipedia, l’effetto Spinoza (il sito, non il filosofo)

Il concetto di interpassività che Slavoj Zizek spiega benissimo in “Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo” è la chiave per interpretare una serie di fenomeni del web, alcuni dei quali attualissimi.  Prima di spiegare, cito:

(…) bisognerebbe integrare la nozione, oggi alla moda, di interattività con il suo inusitato doppio, l’interpassività. E’ un luogo comune enfatizzare come, con i nuovi media elettronici, non si dia più fruizione passiva di un testo o di un’opera d’arte: non fisso più semplicemente lo schermo, ma sempre più interagisco con esso e con esso entro in una relazione dialogica (…).
Chi decanta il potenziale democratico dei nuovi media si concentra in genere proprio su queste caratteristiche, su come, cioè, il cyberspazio apra a una grande maggioranza di persone la possibilità di smarcarsi dal ruolo di osservatori passivi costretti ad assistere ad uno spettacolo inscenato da altri, permettendo loro di partecipare attivamente non solo allo spettacolo, ma anche e sempre più alla costituzione delle sue regole.
L’altra faccia di questa interattività è l’interpassività. L’inverso dell’interazione con l’oggetto è la situazione nella quale l’oggetto mi prende, mi espropria della mia passività, cosicchè è l’oggetto stesso a goderne al mio posto, sollevandomi dal dovere di goderne a mia volta. Pressochè qualsiasi aficionado del videoregistratore che registri compulsivamente film (traslandola all’era 2.0 potremmo dire “qualsiasi cinefilo che scarichi compulsivamente film da Emule o simili”, ndr), sa bene che l’effetto immediato del  possedere un videoregistratore è che si guardano meno film di quanto non si facesse ai bei vecchi tempi del semplice apparecchio televisivo (…).
(…)la sola consapevolezza che le pellicole che amo siano archiviate nella mia videoteca mi dà una profonda soddisfazione (…) come se il videoregistratore le stesse in qualche modo guardando per me, al mio posto. Il videoregistratore gioca qui il ruolo del grande Altro (…).

Quello spiegato da Zizek è il motivo per cui le crociate sul web hanno così tanto successo: e’ come se psicologicamente si delegasse al “grande Altro”, inteso come “il web” in grande e come Wikipedia, Nonciclopedia e via discorrendo nello specifico attuale lo scomodo dell’impegno e soprattutto in caso di non-riuscita del fallimento, ci si sente partecipi, attivi limitandosi a cliccare un “mi piace” o un “condividi link” e via discorrendo. In una parola, ci si deresponsabilizza, si regredisce allo stadio infantile/preadolescenziale e contemporaneamente non si ha lo scomodo di affrontare il senso di colpa della non-partecipazione perchè comunque “Io ho partecipato, ho condiviso, ho lottato!”

Sempre collegato al concetto di interpassività ma in senso opposto è il senso del successo di Spinoza.it e simili community satiriche o pseudotali.  Il cinismo va di moda anzi, l’impressione è che siamo passati da una società buonista e politically correct PER FORZA a una società CINICA per forza (e chi si oppone, chi contesta, magari anche in maniera razionale e intelligente viene immediatamente bollato come “moralista e bacchettone”, subendo il processo di emarginazione di cui sopra). Il compromesso tra la coscienza e la moda-cinicotrasgressiva imperante diventa limitarsi a condividere, ridere e bearsi del cinismo di altri (dal momento che, invece,  trovare un compromesso tra il NOSTRO proprio buonismo e il NOSTRO proprio cinismo endogeni è impresa assai ardua).

NOTA: l’affaire Wikipedia e la logica NIMBY

Questo ultimo paragrafo non era previsto, è una semplice riflessione a caldo (che probabilmente sarà soggetta pertanto ad aggiornamenti) sulla questione Wikipedia. Oltre a seguire la logica classica delle crociate sul web di cui sopra, la diffusione della questione Wikipedia e l’indignazione (uso la parola “indignazione” volutamente, pur non amandola particolarmente) da essa nata, sembra seguire a livello psicologico la trita e ritrita logica NIMBY:  del comma 92 del DDL contro le intercettazioni si parla già da un po’ ma l’indignazione è nata solo quando si è capito che rischiava anche Wikipedia (che, per quanto sia un mezzo controverso e via discorrendo, è un mezzo materialmente UTILE, e non ci piove). Se il comma 92 del DDL contro le intercettazioni avesse colpito solo quattro o cinque blogger anonimi ci sarebbe stata la stessa levata di scudi anticensura? Sarò malfidente io, ma non credo.

 


Ago 4 2011

SDA cine review: La rappresentazione del potere nel cinema di Petri

(PREMESSA: Un compagno ci ha girato una sua tesina universitaria su Petri. La pubblichiamo a puntate,  e la usiamo per inaugurare CINE REVIEW un nuovo spazio di StatiDiAgitazione che sarà dedicato ai risvolti socio-politici del cinema)

Tutto è emanazione del potere e del modo di gestirlo: anche se coloro che sono al potere nulla ne sanno, e si può anche ammettere che ne siano, individualmente, quanto noi sgomenti. Ciò vale a dire che c’è in Italia un superpotere cui giova, a mantenere una determinata gestione del potere, l’ipertensione civile, alimentata da fatti delittuosi la cui caratteristica, che si prenda o no l’esecutore diretto, è quella della indefinibilità tra estrema destra e estrema sinistra, tra una matrice di violenza e l’altra, tra e l’altra estrazione degli esecutori materiali.

La prefigurazione (e premonizione) di un tale iperpotere l’abbiamo avuta, nella restaurazione democratica, in Sicilia, negli anni Cinquanta. Chi non ricorda la strage di Portella della Ginestra, la morte del bandito Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Gaspare Pisciotta? Cose tutte, fino ad oggi, avvolte nella menzogna. Ed è da allora che l’Italia è un paese senza verità. Ne è venuta fuori, anzi, una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo ai fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere.

Leonardo Sciascia, Nero su nero, 1979.

Elio Petri ha realizzato undici film in poco meno di venti anni, dal 1961, (L’assassino) al 1979 (Le buone notizie). Il ventennio in questione è un periodo di grandi sconvolgimenti politici, sociali ed economici. Il ’68 e il ’77 indussero la società ad un generale ripensamento di e su sé stessa, sulle sue strutture e sui rapporti di potere vigenti. Gli stimoli più consistenti verso questo generale “ripensamento“ furono dati principalmente dagli intellettuali, scrittori, registi, pittori, anche se il Movimento subiva una forte spinta da e verso il basso.

Si più dire che tutta la filmografia di Petri sia essenzialmente una riflessione sul Potere e sull’Amore per il Potere. O, ad un’analisi più approfondita, sui Poteri.

La suddivisione classica, derivata dall’Illuminismo e dall’opera di Montesquieu e Rousseau in particolare, distingue principalmente tre grandi forme di Potere. Nel libro XI de Lo spirito delle leggi, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo (fare le leggi), il potere esecutivo (farle eseguire) e il potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). 1. Le modificazioni sopravvenute dal ‘700 ad oggi ci consentono di individuare altri due Poteri: il Potere dei media (un film come Quarto Potere è emblematico, a partire dal titolo) e il Potere economico.

Non c’è opera di Petri che non possa essere considerata una riflessione e soprattutto una critica ad uno o più dei Poteri sopra elencati.

Provo a fornire i riferimenti in via generale, al fine di rendere chiare le corrispondenze:

Potere esecutivo (il Governo, la Polizia): L’assassino, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Todo modo (in parte), I giorni contati.

Potere legislativo (il Parlamento, la Politica in generale): Todo modo, A ciascuno il suo.

Potere Giudiziario (la Magistratura): Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, L’assassino, A ciascuno il suo (in parte), La decima vittima.

Potere dei Media (stampa, Tv): La decima vittima, Le buone notizie.

Potere economico (il denaro in sé, i mercati, il lavoro): La proprietà non è più un furto, La classe operaia va in Paradiso, Un tranquillo posto di campagna, I giorni contati.

Per riflettere sui rapporti tra il cittadino e i poteri, Petri sceglie quasi esclusivamente la cifra stilistica del grottesco e la figura retorica dell’allegoria, che si distingue dalla metafora, con la quale spesso si è cercato di interpretare il suo cinema, per via di un’assoluta pretesa di dominanza del significato sul significante, suo supporto materiale, e quindi per la tendenziale derealizzazione, distacco di realtà, che l’enunciato politico subisce, spinto com’è sul piano dell’astrazione comunicativa.

Le spiegazioni fornite da Alfredo Rossi nella sua monografia su Petri sul perché di questa scelta stilistica mi sembrano perfettamente condivisibili. Il suo, come del resto tutto il cinema “politico” italiano, si configura come un discorso basato sull’intrigo di potere.

L’intrigo dice che vi è qualcosa che va svelato, da parte di qualcuno, di una certa scena: il che significa struttura a chiave dell’enigma, edipica […] ciò che è davvero in gioco è un sapere intorno ad un qualcosa. Deus ex machina di questa produzione di sapere è l’eroe mitico (che talvolta è eroe negativo, come in A ciascuno il suo, oppure comico, come in Indagine). […] Ma è in gioco anche un secondo fattore: la credenza che vi sia una soluzione dell’enigma, che la Scena ricopra, celi, una Verità svelabile”2.

In questa logica il cinema politico italiano tenta di dire la verità sui meccanismi di Potere in Italia negli anni ‘70. Per fare ciò Petri compie “la maggiore scoperta linguistica del cinema politico italiano, l’invenzione della necessità scritturale di attribuire all’ordine del Politico la maschera di Gian Maria Volontè” 3, a quello del Privato la maschera di Marcello Mastroianni e a Salvo Randone quella del Padre, nella doppia versione di Padre-Ideale (I giorni contati, L’assassino) o Padre-Folle (La classe operaia, La proprietà, La decima vittima). Prendere cioè un meccanismo tipico della commedia all’italiana (riorganizzare al livello del simbolico un ordito di classe attraverso una fisiognomica di classe4) e portarlo ad un livello di assoluta mimesi e, di conseguenza, di assoluta indifferenza rispetto al modello originario. La maschera permetterebbe di superare l’impaccio dato dalla massima “né il Potere né la Morte si possono guardare fissamente 5 ”. Il vero effetto di maschera non è perciò di contraffare o di caratterizzare, ma piuttosto di “inscenare una disdicenza della soggettività per accedere al sembiante, ovvero a ciò che funziona da esca al desiderio (il Potere, la Morte)6 ”. Si impersona l’oggetto del desiderio, si intraprende il gioco dell’assoluta mimesi che è, al tempo stesso, la tragedia della mimesi.

Per tornare al discorso su Petri e sul suo stile, Rossi dice: “Quando in Todo modo Volontè assume la maschera di Aldo Moro non significa per nulla tratteggiare in modo grottesco un uomo del potere democristiano: Volontè è Moro allo stesso modo in cui negli antichi riti festivi un contadino impersonava il Re come Potere. Diciamo così: Volontè-Moro altro non è che Re Carnevale 7 ”. La festa è il germe propulsore del rito della maschera ma non riguarda il rapporto servo/padrone dal punto di vista della presa di potere-reale, poiché il politico-reale è proprio quello che la scena immaginaria tende ad escludere dal proscenio. Qui si situa il paradosso dell’allegoria: per dire tutto, la verità del Potere, non dice nulla del potere-reale.

Ma del Carnevale Petri scorge un aspetto fondamentale e cioè che il suo delirio è sempre al presente. L’immaginario si fonda sull’attualità della politica-reale: Re Carnevale è il travestimento del Re attuale. Da qui la strettissima aderenza tra il suo cinema e gli avvenimenti caldi della vita del paese: gli scontri tra polizia e movimento studentesco del ’68 (Indagine), la lotta per il contratto (La classe operaia), la crisi del regime della Dc (Todo modo).

Se la festa è il tentativo di accedere a una dimensione che si può chiamare del sublime, perché è un’esperienza che fa “a meno” della realtà, la esclude, il suo contraccolpo non può che essere irrimediabilmente comico nell’enunciato. Nell’intervallo che si apre nella funzione sublime dell’allegoria si introduce dunque il tarlo derisorio del reale,corporale, viscerale, basso, il quale “risputa” nella scena da cui era stato tenuto lontano e ne mina le basi.

Questo dualismo sublime/comico sarà sempre presente nelle opere di Elio Petri, punto di forza e fonte principale del fraintendimento (della critica, del pubblico, sempre sperando che di fraintendimento si tratti e non, ad esempio, di ostracismo verso e proprio) di cui è stato ed è oggetto: un continuo sforzo di rappresentare l’irrappresentabile, il reale, il Potere, il sublime, la Morte, oscillando incessantemente fra perfezione della rappresentazione ideale e l’orrore, il materialismo della realtà hic et nunc.

Emblematico dell’incomprensione di cui sopra può essere questo brano di Aggeo Savioli a proposito de I giorni contati : ”Nei Giorni contati si determina, inoltre, un significativo contatto o impatto fra temperie culturali apparentemente remote, “alto” e “basso” (il sublime e il comico diremmo ora), ove si rispecchia la contraddittoria esperienza dell’autore, quel certo carattere plebeo che assume la sua stessa voracità intellettuale: la citazione della canzonetta d’epoca, omaggio alla figura paterna incarnata da Salvo Randone, da un lato; e, dall’altro, all’estremo, il dissolvimento delle immagini del reale in un impasto di luce e ombre che rimandano alla pittura d’avanguardia8 “.

Quest’incomprensione di fondo, il confondere il kitch, dando dunque un giudizio estetico, con una volontà di rappresentazione ben precisa, che con l’estetica ha ben poco a che vedere, è presente anche nelle altre opere ed è ciò che tenterò di smascherare prendendo una sequenza-campione dei film di Petri.

Perché, parafrasando il saggio Stile e forma di Paolo Bertetto “l’analisi della forma permette di interpretare l’immagine come sintesi di immagine-visione-pensiero, mentre l’analisi dello stile rischia di perdere la profondità e la molteplicità stratificata dell’immagine ”.

1 Montesquieu Charles L. de, Lo spirito delle leggi, Utet, 2005.

2 Alfredo Rossi, Elio Petri, Il castoro cinema, La nuova Italia, 1980, p.13.

3 Ibidem, p.14.

4 Alfredo Rossi, Elio Petri, Il castoro cinema, La nuova Italia, 1980, p. 18.

5 François de La Rochefoucauld, Massime, traduzione di G. Bogliolo, Rizzoli, Milano, 1978.

6 Alfredo Rossi, Elio Petri, Il castoro cinema, La nuova Italia, 1980, p.16.

7 Ibidem, pag. 18.

8 Elio Petri, a cura di Anna di Martino e Andrea Morin, Quaderni del Lumiere, Entra mostra internazionale del cinema libero, Bologna, 1995, p. 34.

 



 


Lug 19 2011

Il ricordo: da Hiroshima Mon Amour, alle giornate della Memoria, alla Resistenza, a Genova.

«Come te anch’io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza. E come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria, una memoria fatta d’ombra e di pietra. Ho lottato da sola con violenza, ogni giorno, contro l’orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Come te, ho dimenticato.»

(Hiroshima Mon Amour)


Hiroshima Mon Amour, di Alain Resnais, è uno dei capolavori della nouvelle vague. Hiroshima Mon Amour è un film meraviglioso. A una lettura superficiale sembra che il film parli di una storia d’amore e mezza di cui una si svolge nel presente della narrazione (Che è l’immediato secondo dopoguerra)  in Giappone, ad Hiroshima, appunto, e l’altra mezza che si svolge nel passato della narrazione (Durante l’occupazione tedesca della Francia), a Nevers. In realtà, Hiroshima Mon Amour è un film sulla memoria: la memoria individuale e la memoria collettiva. Anzi, la memoria individuale NELLA memoria collettiva.

Personalmente, con la memoria collettiva ho un rapporto ambiguo dai tempi del liceo, da quei 27 gennaio che si susseguivano identici anno dopo anno nella commemorazione imposta dall’alto di quegli ebrei morti (Si parlava quasi sempre solo di ebrei, nonostante le vittime dell’Olocausto NON fossero solo ebrei) che, probabilmente, mettevano non poco in crisi la mia visione adolescenziale “Tutto-bianco-o-tutto-nero” (“Ebrei buoni o ebrei cattivi? Ebrei vittime dei nazisti o carnefici dei palestinesi?”). Solo qualche anno dopo scoprii le sfumature di grigio ma tutta la questione “Giornate della memoria” mi lasciò un impronta traumatica che ebbe non poche ripercussioni nel mio rapporto personale con le commemorazioni.

Un paio d’anni fa, ho trovato l’equilibrio interiore riguardo alla questione memoria collettiva e memoria personale grazie al venticinque di  aprile. Il punto focale per sciogliere il nodo e riequilibrare l’opinione sulla questione è riuscire a dividere il concetto di memoria non in due subconcetti (Memoria collettiva e memoria individuale) quanto in tre:

Il primo subconcetto, introdotto ex novo, è la memoria istituzionale/mediatica. Per ritornare ad Hiroshima Mon Amour, nel film questo subconcetto è rappresentato benissimo nei vari dialoghi in cui lei asserisce di aver visto l’orrore di Hiroshima attraverso i notiziari in Europa e di essere stata nei vari musei commemorativi e lui continua a ripeterle, quasi come un mantra «Tu non hai visto niente, a Hiroshima».  Ovviamente, è chiarissimo che in questo subconcetto rientrano anche le “Giornate della Memoria”  di cui sopra, quelle cose che si impongono ad adolescenti annoiati e che finiscono per essere puntualmente un trionfo di retorica buonista pura quando va bene e di vittimismo filosionista quando va male.
Come vedremo in seguito, anche questo subconcetto, che dalle premesse sembra un costrutto sociale totalmente negativo, può avere la sua utilità.

Il secondo subconcetto è la memoria individuale. La memoria individuale può essere vissuta in maniera diretta o in maniera indiretta (O in maniera indirettamente diretta).  Rifacendoci sempre ad Hiroshima Mon Amour, la memoria individuale diretta è il ricordo che la protagonista, la Riva, ha della storia vissuta anni prima a Nevers. La memoria individuale indiretta, invece, è quella che lei, nel presente della narrazione del film, “trasferisce”, raccontandola, a lui, a Okada. Il terzo tipo di memoria individuale, quella “indirettamente diretta” è in realtà un sottotipo di entrambi i primi due: risponde alla domanda «Dov’eri, cosa facevi, mentre (…)?».
Ritornando dal film alla realtà, l’esempio di memoria individuale più vicino e vissuto che io possa fare è quello di Genova, dieci anni fa. La memoria individuale diretta, ovviamente, è quella di chi Genova, nei giorni del G8, l’ha vissuta, con tutte le botte, i lacrimogeni e la tensione emotiva. La memoria individuale indirettamente diretta è quella di chi racconta dov’era e cosa faceva nei giorni del G8 pur non essendo stato a Genova e non avendo vissuto direttamente quindi l’esperienza  (Lo stesso concetto ovviamente vale per l’11 settembre 2001 e via discorrendo). La memoria individuale indiretta, invece, è quella di chi vive un evento attraverso il racconto di qualcuno che lo ha vissuto direttamente.

Il punto focale è questo: cosa cambia tra la memoria individuale indiretta e la memoria mediatica? Qual è il legame, se c’è, tra i due subconcetti di memoria? La differenza sta tutta nell’impatto emotivo. Si ha la memoria individuale indiretta, quando, infatti, il narratore è in grado di trasmettere il proprio vissuto emotivo all’ascoltatore e l’ascoltatore è, a sua volta, abbastanza maturo e abbastanza sensibile al tema della narrazione da fare proprio quel vissuto emotivo.
Il legame tra i due concetti di memoria è semplice e spiega l’utilità del mezzo mediatico in caso di uso corretto: si può produrre memoria individuale indiretta anche attraverso il mezzo mediatico (O durante commemorazioni istituzionali o pseudotali), a patto che il vissuto emotivo del narratore (Che può essere anche un narratore indiretto, nel senso che è l’ascoltatore di un altro narratore e così via) riesca ad avere la meglio sui filtri imposti dalle convenzioni sociali e riesca ad essere poco filtrato.
I primi esempi che mi sovvengono a riguardo, nella mia esperienza personale sono il venticinque aprile, uno spettacolo su Genova che ho visto un paio di settimane fa al Depistaggio, il fumetto “Quella notte alla Diaz” di Christian Mirra, un bellissimo pezzo di Giuliano Santoro, sempre su Genova, altri svariati libri e film che al momento sarebbe un’impresa titanica citare, e le recentissime esperienze di #Fanciullacci, #unpartigianoalgiorno, #carlovive e @IoricordoGenova (Tutti su Twitter). @IoricordoGenova e #Fanciullacci hanno avuto avvio quasi contemporaneamente. Il primo, come suggerisce il nome, prende le mosse dai dieci anni dagli eventi del G8: si chiede, a chi voglia partecipare, una narrazione senza filtro e personale sul suo ricordo del periodo del G8 (Ricordo diretto o ricordo indiretto, come quello -bellissimo– di @Adrianaaaa). Il secondo, lanciato dai Wu Ming, è stata un’esperienza di commemorazione collettiva/informazione (Con un pizzico di sperimentazione mediatica), del partigiano Bruno Fanciullacci, figura controversa che moriva ieri nel 1944.  Gli ultimi due nati in ordine cronologico sono #carlovive, ovviamente “dedicato” a Carlo Giuliani e #unpartigianoalgiorno, lanciato da @classe_tumblr@uomoinpolvere, e @iliobarontini che si propone di creare una sorta di “Calendario collettivo della resistenza”.

La chiave che ha consentito a queste esperienze di non essere semplici “commemorazioni a mezzo mediatico” quanto “collettivizzazioni di memorie individuali” è stata la quasi assenza di filtri (Che, ricordo, è una delle discriminanti tra “memoria mediatica pura” e “memoria individuale indiretta”) alle diverse emotività delle esperienze personali che sono confluite, poi,  in quelle collettive. (Si ricordi che la “memoria collettiva” è il terzo subconcetto di memoria di cui parlavo sopra). Una quasi assenza di filtri (Quasi, perchè -ad esempio- #Fanciullacci, come notavano ieri i Wu Ming, nonostante fosse statisticamente tra i “Trending Topic”, non compariva nella lista) che è stata possibile grazie ai social media e alla loro pseudoorizzontalità (O quantomeno, a qualche ultimo barlume, a qualche apparenza di pseudo-orizzontalità), che invece manca del tutto nei media classici fin dalle loro origini.

E’ possibile quindi dare grazie ai social media una nuova forma, che non sia puramente retorica, alla memoria collettiva (E, attraverso la memoria collettiva, alla formazione di una coscienza collettiva)? Io personalmente, nonostante abbia ancora molte riserve sulla questione, sono speranzosa.

CREDITS:

-Alain Resnais, per Hiroshima Mon Amour.
-Il CSA Depistaggio & il  Teatro delle Condizioni Avverse per lo spettacolo su Genova (Quello linkato sopra). Il primo per averlo portato a Benevento e il secondo per averlo creato, recitato eccetera eccetera.
Christian Mirra, per “Quella Notte alla Diaz” (Linkato sopra, ndr)
-Le promotrici di “IoRicordoGenova“, che credo si chiamino Claudia ed Aurora.
-@Adrianaaaaaaa (Che è linkata sopra dal Twitter) per il suo racconto (Sempre linkato sopra)
-I Wu Ming, as usual. Il link di Giap è nei link affianco della Home.
-Bruno Fanciullacci, per esserci stato. E tutti gli altri partigiani che sarebbe impossibile citare qui in blocco, con una speciale menzione alle signore da parte del lato femminista di chi scrive.
-@amicoFaralla (Alias Giuliano Santoro, linkato sopra), per il pezzo su Genova sempre linkato sopra.
-@classe_tumblr, @Iliobarontini e @uomoinpolvere (Linkati sopra) per aver promosso l’iniziativa #unpartigianoalgiorno
@zero81 e @giovanni_pagano che stanno promuovendo #carlovive
-Carlo.
-Tutti quelli che ricordano veramente.
-Tutti quelli che si leggeranno sto pippone.

 ADD ON del 27/01/2012: Sulle “Giornate della Memoria” – Ricordo due cose: a) la memoria è molto di più di una giornata del cazzo in cui si fanno i pipponi sugli ebrei (perchè si parla quasi sempre solo di ebrei) a ragazzini annoiati. b) siccome nei lager non sono morti solo ebrei ma anche rom, omosessuali, compagni e compagne, è assolutamente sciocco, e riduttivo per la causa Palestinese (che io ho sempre nel cuore), trasformare la giornata di oggi in una giornata di rivendicazione filopalestinese, solo per fare gli alternativi.


Lug 14 2011

Crisi di nervi. Ovvero del panico sui mercati finanziari

Contraerea cinese

I cinesi ci hanno parato il culo.

Almeno così pare.

Sembra che tra gli operatori di borsa molti siano convinti che sia stata proprio la Banca centrale cinese, assieme alla Bce, a comprare titoli di stato italiani nell’asta del 12 giugno.

Dopo quell’asta la borsa di Milano, che fino a quel momento viaggiava attorno ai suoi minimi storici, ha virato in positivo, continuando a crescere anche per tutto il giorno successivo.

Parrebbe che il primo assalto dei droni, come li ha definiti Luca su Giap, non abbia fatto poi grossi danni.
La contraerea messa in campo, di fabbricazione cinoeuropea, ha saputo respingere l’assalto.

Le truppe speculative si sono così spostate sul fronte irlandese.
A spianare il terreno ci ha pensato Moody’s, tagliando nuovamente il giudizio sul debito pubblico del paese, dal 13 luglio classificato Ba1: spazzatura.

Altre scaramucce si segnalano sul fronte greco.

Un missile targato Fitch ha colpito Atene. Il giudizio sul paese, sotto il peso del fuoco nemico, è scivolato ancora più in basso, distante solo tre lunghezze dalla famigerata sigla DDD: default.

Ma mentre sugli altri fronti l’attacco continua, in Italia pare sia giunta una proposta per il cessate il fuoco.

Alexander Kockerbeck, l’ambasciatore di Moody’s, intervistato dal Messaggero, ha recapitato il seguente messaggio :

L’Italia ha buoni fondamentali e i passi che deve compiere, in termini di risanamento dei conti, sono più piccoli di quelli di altri paesi. […] L’avanzo primario esiste già e questa è una grade differenza rispetto alla Grecia, all’Irlanda e al Portogallo.

Pare che Kockerbeck abbia apprezzato particolarmente la manovra bipartisan che il governo di semi unità nazionale si appresta a varare:

Le misure dimostrano che il governo ha molte opzioni davanti a sé per intervenire sia sul lato della spesa che su quello delle entrate.

Così, dopo due giorni e mezzo di bombardamenti, interrotti solo nel fine settimana, in Italia sembra essere tornata la calma.
I droni sembra abbiano fatto rotta verso altri lidi.

Almeno per il momento.

Shock economy?

Se a guidare l’azione degli eserciti avversari fosse il verbo della “shock economy” (che Adrianaaaa ricorda su la pentola d’oro) in Italia potremmo dormire sonni tranquilli.

La manovra bipartisan promette lacrime e sangue: diritti sociali e beni comuni presto non saranno che un ricordo.

Il biopotere del capitalismo finanziario non è messo in discussione.

Ma anche in Grecia e in altri posti sono state varate manovre del genere. Eppure i bombardamenti continuano.
A tappeto.
Incuranti di colpire ospedali, luoghi di lavoro, monumenti e spiagge.

Forse non è questo il territorio che vogliono conquistare gli eserciti avversari.

Oppio ai mercati

In questi giorni alcuni conti non tornavano, uno in particolare.

Sicuramente chi ha osservato i mercati finanziari se ne sarà reso conto.

Illustrando al Congresso lo stato delle negoziazioni sul piano di riduzione del deficit e del debito, Obama si era lasciato sfuggire che un default degli Stati uniti sarebbe stato inaccettabile.

Era l’undici luglio.

Proprio quel giorno i mercati sembravano dire qualcosa di diverso, qualcosa che non giustificava affatto i timori di Obama.

Il rendimento dei titoli statunitensi scendeva.

Si racconta che gli operatori statunitensi, spaventati dalla crisi del debito europea, si stessero rifugiando su titoli considerati “sicuri”, quelli Usa.

Il valore dell’euro intanto calava rispetto al dollaro.

Obama si stava facendo delle paranoie a cazzo, o sui mercati stava avvenendo qualcosa di strano?

A vedere quello che succede in Minnesota, Obama non sembra proprio un fottuto paranoico.

Uffici pubblici chiusi, oltre 24mila dipendenti licenziati, parchi abbandonati, infrastrutture lasciate a metà…

Lo stato è fallito. Un default che ha preceduto quello, probabile, della Grecia.

No, decisamente Obama non è paranoico.

Erano gli operatori di mercato, quelli statunitensi in particolare, a truccare, per l’ennesima volta, le carte.

Quello che nella realtà è un debito pubblico insostenibile, sui mercati finanziari viene sopravvalutato.
Gli Stati uniti diventavano un paese dove il rischio di insolvenza è quasi pari a zero.

Come Lehman Brothers prima del crollo…

Il gioco però può diventare rischioso.

Magari qualcuno, conoscendo la reale situazione, può trovare conveniente vendere in quel momento. Ne ricaverebbe parecchio.

A quel punto sarebbero gli Stati uniti a trovarsi nella stessa situazione in cui si è trovata l’Italia. E prima ancora la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna.
In più avrebbero un debito pubblico realmente insostenibile. Un fattore che agevolerebbe fortemente i bombardamenti a tappeto.

Alleanze in bilico?

In questo caso i droni sarebbero di fabbricazione cinoeuropea. Come la contraerea che, almeno momentaneamente, ha difeso l’Italia.

I cinesi detengono oltre il 50% del debito americano.
Per usare un francesismo agli Stati uniti li tengono per le palle.

Probabilmente il concetto non è stato riportato testualmente al preoccupato Obama, ma gli è stato spiegato in vari modi… Come acquistare titoli di stato per fermare l’attacco all’Italia e all’euro.

Sui mercati finanziari è in atto uno scontro all’ultimo sangue.
Potrebbe mettere in discussione alleanze storiche, come quella tra Europa e Stati uniti.

Gli Stati uniti, per reagire alla crisi del 2007, hanno tenuto bassi i tassi d’interesse e svalutato la moneta.
L’obiettivo era rilanciare gli investimenti e le esportazioni.

Sulla loro strada hanno però trovato la Cina, che applicava una politica molto simile e non era stata contagiata dalla crisi.
A poco sono valsi i tentavi di costringerla a rivalutare la propria moneta, lo yuan.

Con le palle degli americani in mano, i cinesi hanno cominciato a farlo solo quando lo hanno reputato conveniente e utile per contenere l’inflazione.

Sull’altro fronte, quello europeo, il problema era l’euro, che con il dollaro svalutato, rischiava di prenderne il posto come moneta usata per gli scambi internazionali.

Una consuetudine che ha già preso piede in alcuni scambi.

Il controllo degli Stati uniti sulle altre economie, basato sulla supremazia del dollaro, rischiava di crollare. E di portarsi appresso la già fragile economia americana.

La reazione è stata quella di attaccare i paesi europei più deboli sotto l’aspetto del debito pubblico. Una reazione che, come agli Stati uniti capita spesso, rischia di ritorcersi contro di loro.

In morte dell’impero

Tutto ha origine con la shock economy. Ma la crisi attuale non è nata per imporre il modello neoliberista, ma dal fallimento di quel modello.

Il Corriere della sera, parlando del default del Minnesota, scrive:

La gestione dei repubblicani, che guidano lo Stato da un ventennio, fatta di tagli alle tasse per i ricchi e tagli al welfare, è stata troppo dispendiosa, e quindi ha impoverito le finanze statali

Del resto il fallimento ideologico era stato decretato ben prima. E dal braccio armanto del neoliberismo, Alan Greenspan.

Nel 2008, ascoltato dalla commissione d’inchiesta della Camera, l’ex presidente della Fed ammise candidamente di aver scoperto quanto fossero fallaci le teorie alle quali si ispirava.

Eppure nell’Europa sotto attacco si rincorre ancora quel modello.
Le politiche imposte sperando di arginare la crisi si ispirano ancora al neoliberismo.

L’Europa non ha conosciuto il fallimento dell’ideologia neoliberista, non nella misura in cui questa amara scoperta è stata fatta negli Stati uniti.

Il sogno dell’Europa unita è ancora profondamente ancorato al neoliberismo, alla costruzione di uno stato in tutto e per tutto simile agli Stati uniti. Di una moneta che prenda in tutto e per tutto il posto del dollaro.

Inoltre, quando la crisi colpisce, qualunque sia la ragione che l’ha generata, chi detiene realmente il potere fa di tutto per scaricarne i costi sugli altri.

In questo caso però, la crisi non è nata da forze imperiali che cercano di imporre il proprio dominio, ma dalla dissoluzione di un impero morto prima ancora di nascere del tutto.

Ci toccherà resistere. Dovremo difendere diritti e beni comuni dall’assalto degli zombie neoliberisti.


Giu 10 2011

#italianrevolution : come e quando?

Sono stata una di quelli che ha invidiato gli spagnoli, che ha seguito da lontano con ansia e trepidazione gli sviluppi del movimento 15-m, la collettivizzazione di un malessere diffuso, un malessere generazionale che si è trasformato in quella che Carta ha chiamato, suggestivamente, “la Comune di Madrid”. Il movimento, che è arrivato, oggi, a spingere i manifestanti a dare -pacificamente- l’assalto alla Camera, con l’idea di farci un’assemblea dentro, come le rivolte maghrebine, pur non essendo propriamente NATO dal Web (E nello specifico dai social network), ha trovato nel Web un’ottimo alleato per raggiungere la collettivizzazione di cui sopra.


Quindi, quando nel Web, su Twitter nello specifico, si è iniziato a parlare di “Italian Revolution”, non nascondo di averci creduto e sperato, salvo poi verificare che, eccetto alcuni casi (Bologna- dove, come riporta fedelmente, giorno per giorno, @Adrianaaaaaa su Twitter, l’equivalente italiano delle “acampadas” sta andando avanti dal 20 maggio), si è trattato di puro, sterile, clicktivismo, di una sorta di eiaculazione, per di più precoce, di fronte a un video di youporn. Masturbazione mentale su fantasie simulatorie.

Proviamo ad analizzare i motivi:

A) Derive giustizialiste/popolovioliste. Qualcuno ha commentato le acampadas con “In Spagna li chiamano indignados, a noi ci chiamano giustizialisti”. Qualcun altro ha detto “Facciamo come in Spagna e tra i primi punti del manifesto mettiamo -mandare via Berlusconi”. Non so se non c’hanno veramente capito un cazzo delle acampadas o è si è trattato di tentativi (stupidi) ma coscienti di mettere il cappello su un’eventuale seguito della cosa. Pubblicità, semplicemente.

In ogni caso, a distanza di quindici giorni, sono spariti pure gli entusiasmi e/o gli intenti pubblicitari, tant’è che, come faceva notare stamattina @DocSweepsy sul suo blog, sulla pagina del Popolo Viola fioccano le battutine su Renzo Bossi trota senza acqua dopo il referendum ma se si chiedono commenti, riflessioni e simili sulla Spagna, si viene semplicemente ignorati.

In ogni caso, il disinteresse dei Viola per le acampadas è più un bene che altro: una eventuale “italian revolution” viola/pseudogiustizialista o simili, sarebbe stata, oltre che fallimentare, inutile. Berlusconi è al tramonto (Se non politico, di certo anagrafico). Il nodo che una eventuale rivoluzione dovrebbe affrontare è il cambiamento della struttura sociale, la comunitarizzazione dei beni, la “democrazia reale” -per citare uno degli slogan spagnoli. Praticamente, le uniche fondamenta possibili per qualunque “dopo”. E considerando la (breve) storia politica dei viola, ma anche -peggio- dei Grillini, non sarebbero stati in grado di affrontarli.

B) Questioni temporali/paragoni col 14 dicembre e via discorrendo.

Se ne è parlato in lungo e in largo su Giap. Perchè il “nostro” 14 dicembre per quanto sia stato intenso e scenografico è rimasto ricordo puro, con risultati reali pochissimi o nulli mentre le acampadas spagnole (Così come le rivolte maghrebine) sembrano essere seriamente incisive sul lo status sociale spagnolo? Provo, con l’aiuto delle suddette discussioni su Giap, a darmi una risposta. Per citare Wu Ming 1 che cita Badiou, direi che il discriminante è quello tra evento ed Evento. Il 14 dicembre è stato un evento. Con la e minuscola. Il mese precedente (Le occupazioni, il “blocchiamo tutto”) sono state solo la preparazione all’evento, i preliminari di un coito intenso ma breve. In Spagna, invece, possiamo parlare di Evento. Spingendomi sul filosofico, o quantomeno provandoci, direi che in Spagna sono riusciti nell’impresa di collettivizzare anche il tempo, di contro al nostro modello, che invece è stato di tipo temporalmente “gerarchizzante” (I giorni pre-evento erano subordinati, in importanza, al giorno dell’evento).

C)Questione storico/sociale.

Premetto. Questa ultima considerazione è azzardatissima, tratta da una considerazione del mio libro di psichiatria riguardo al suicidio. In pratica, si spiega che nelle società islamiche il tasso di suicidi è molto più basso rispetto all’occidente perchè sono favoriti discorsi di collettività e di comunità rispetto al “culto del singolo e dell’individuo” occidentale. Quindi, tralasciando il discorso suicidio, si può dire che nella cultura islamica esiste già di fondo un discorso di “collettività”, di “collettivizzazione” che -di contro- in Occidente, seppure sia in qualche forma esistito (Le polis greche), è morto e sepolto da tempo. E’ un caso, quindi, che le rivolte siano iniziate da paesi a base culturale islamica e si siano propagate nell’unico paese europeo, la Spagna, dominato a lungo dagli arabi e quindi culturalmente vicinissimo alle impostazioni islamiche? Secondo me, no.

 

 

A questo punto, che fare? Arrendersi all’evidenza dell’impossibilità di un cambiamento, di una “italian revolution”? Assolutamente no. In Italia, le lotte esistono e il paradigma che “La gente tanto non se ne frega”, lo pseudo-debordianesimo del “In Italia sono tutti cazzoni contenti di continuare a vivere col Grande Fratello, X-Factor e l’Isola dei Famosi”, è una cazzata bella e buona. Le lotte esistono. La lotta no-Tav, la lotta antirazzista contro i C.I.E., le lotte studentesche per il sapere libero e per una scuola migliore, le lotte dei pastori sardi, le lotte dei lavoratori, e, last but not least, le lotte per i Commons, per i beni comuni, mai sopite anche se solo recentemente ritornate all’attenzione dei webmedia causa referendum. Il passo da fare è la collettivizzazione delle lotte, il fare propria l’idea che, per citare ancora i Wu Ming in una vecchissima discussione su Giap “Tutte le lotte sono la stessa lotta”. Come fare? Non ho risposte. L’unica che mi do è “Proviamo ad iniziare a fare un discorso più collettivo. Poi stiamo a vedere. Senza aspettare la fantomatica -gente- che inizi per noi”.

BIBLIOGRAFIA:

Carta.org> http://www.carta.org/2011/05/la-comune-di-madrid/

DocSweepsy> http://sweepsy.wordpress.com/2011/06/08/orfani-della-rivolta/

Giap> http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=3637&cpage=1#comment-5460 (Sul concetto di Evento)

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4024&cpage=3#comment-5906 (Sul 14 dicembre)

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353#commentlist (Sulla questione “temporale” in genere)

 


Mag 26 2011

Appunti minimi dal Presidio Clarea, Chiomonte, Valsusa

So poco sulla Comune di Parigi, ho un’infarinatura scolastica, ho letto I giorni della Comune di Brecht (un copione  non riuscitissimo) e qualche appunto di Walter Benjamin. Sulla base di queste poche informazioni, mi azzardo a scrivere che un briciolo delle emozioni che provarono i comunardi 140 anni fa, le provano i presidianti della Val Clarea, oggi. Un briciolo.

La zona del presidio è aspra e lussureggiante al medesimo tempo. Un angolo di paradiso sconciato dai piloni dell’autostrada. L’aria è profumata di primavera e, lontano dalle luci, ci sono ancora le lucciole (cfr. Pasolini).

Ad occhio e croce, ci sono tre-quattrocento persone, non è facile contare. L’area in mano ai presidianti è estesa e fitta d’alberi, un continuo saliscendi di sentieri perlopiù ostacolati da barricate. Un colpo d’occhio complessivo è impossibile. Trecento persone ci sono tutte, forse di più. Non molti di più, però.

I presidianti costruiscono barricate, bevono, fumano, chiacchierano, fanno gli auguri al compagno che scoccata la mezzanotte timidamente rivela la sua data di nascita.

Quelli che non costruiscono barricate, in crocchi, discorrono. Sono le chiacchiere della notte, le stesse che si possono sentire nei centri delle città, o sulle spiagge nelle nottate miti. Quelle che sono condite di silenzi.

Ci sono questioni, però, che fanno capolino ogni pochi minuti, in tutti i crocchi.
“Quando torneranno?”
Lo sanno tutti che torneranno.
“Domenica, vengono domenica…”
“Saremo qui ad aspettarli”
“È vero che se resistiamo una settimana saltano i fondi europei?”
È vero, ma siamo già alla terza proroga… e il quattro vien da sé.
“È bellissimo qui, stanotte”
Ed è vero, si vedono talmente tante stelle che uno che sa riconoscere solo quattro o cinque costellazioni ci mette qualche minuto prima di individuarle. Poi di nuovo si torna a fissare le corsie dell’autostrada.

Una questione torna in continuazione. Le 711 pietre “sequestrate” dalla questura.
Ci ridono tutti sopra: “Ridicoli sono, che vuol dire che hanno sequestrato 711 pietre… Dove le conservano ora?”
Molti ci sospirano su: “Non dovevano essere lanciate!”
Che non sia andata come la raccontano i tg e i giornali lo sanno tutti: “Sono delle merde!”
C’è chi fa i calcoli: “Hanno detto 711 pietre per un totale di 120 chili, vuol dire 170 grammi a pietra, è roba da niente.”
Chi insinua: “Comunque il video è strano, si vedono certi lanci che non partono da qua”
C’è chi sbuffando fumo di sigaretta e guardando di lato dice: “Senza quel lancio di pietre sarebbero entrati!”
E chi non si dà pace: “I giornalisti infangano il movimento: l’autostrada era chiusa da un’ora quando è partita quel po’ di ghiaia.”
“Sì, ma era meglio non tirare niente” dice una.

Donne ce n’è, non ancora il 50%, ma sono parecchie.

Una delle telecamere all’uscita della galleria è stata girata verso i presidianti. Quelli che si avvicinano al guardrail per sistemare i tronchi per la barricata si coprono il volto. Squillano i telefoni: “No, per ora è tutto tranquillo. Dormi. Tanto stanotte non vengono. Risparmiamo le energie.”
È un continuo: “Ora siamo tanti, tieni il telefono acceso, se c’è bisogno ti chiamo.”
Passa un altro trasporto eccezionale sull’autostrada.
“Che cazzo ce le copriamo a fare le facce! Coi telefonini sanno tutto!”

25 maggio


Mag 23 2011

Stati di agitazione ~ Il nome & il manifesto

1.0  Il nome

Stati di agitazione – CCCP

«Stati di agitazione» sta per un sacco di cose. Una citazione dei CCCP (Il video di sopra!). Una condizione psichiatrica/psicologica/emotiva dove per “agitazione” si intende agitazione mentale (Ansia, stress, psicosi, paranoia e chi più ne ha più ne metta). Last but not least, una condizione sociale. Stati di agitazione intesi come movimenti, sovversioni, pseudorivoluzioni evidenti o sotterranee, (contro)culturali e meno.

2.0 Il manifesto

“Stati di agitazione” è un collettivo di blogger che si propone di fare controinformazione e riflessione comune su società, movimenti, culture e controculture. Crediamo che il sapere sia un bene comune da difendere e solo condividendolo e “collettivizzandolo”, attraverso la riflessione collettiva, la comunicazione, e la controinformazione, attraverso gli strumenti che l’era digitale ci offre, potremo liberarlo dagli interessi, dai preconcetti e dagli sfruttamenti consci e inconsci che da secoli lo tengono imbrigliato.

Siamo per un uso consapevole di Internet come mezzo di collettivizzazione e condivisione delle esperienze sia culturali che di lotta e delle riflessioni che da queste esperienze derivano. Tuttavia, siamo assolutamente CONTRARI al clicktivismo sterile e a ogni forma di masturbazione intellettuale. Qua sopra, e in qualunque altro webmedia, si fa informazione e riflessione. La lotta si fa in strada e in piazza.

Siamo antirazzisti, antifascisti, antisessisti, antiomofobi ed antispecisti.

Siamo vicini alle lotte di studenti e lavoratori, alle lotte dei precari, non per “sentito dire” ma perchè per la maggior parte SIAMO studenti, lavoratori, precari.

Siamo aperti alle forme civili di dibattito e confronto. Se pensate che diciamo cazzate, ditecelo, saremo felici di discuterne, amiamo lo scambio orizzontale. Tuttavia, le offese e la roba che contravviene palesemente ai principi di cui sopra (Roba razzista/xenofoba, fascista, sessista, omofoba), viene cancellata senza se e senza ma.

(…Questa prima versione del manifesto può essere suscettibile di cambiamenti )

3.0 Il collettivo: pochi semplici principi da rispettare

Organizzazione orizzontale. Niente verticismi.

I singoli post non necessitano di approvazione volta per volta (Va da se che se contravvengono ai principi di cui sopra, se è roba xenofoba, fascista, sessista ecc. ecc. ecc., viene cancellata IMMEDIATAMENTE).

Va da se che non saremo SEMPRE d’accordo su tutto. Se ne può discutere tranquillamente nei commenti.

Niente scadenze. Nel senso che, quando si ha voglia di scrivere, di bloggare, lo si fa senza impegno.

I post vengono firmati a nome unico “Stati di agitazione”, “Collettivo Stati di agitazione” o “CSdA”. Nei commenti, invece, ci si firma “singolarmente”.

Se si hanno blog “personali” li si può liberamente inserire nei link laterali.

(Anche questa parte può essere suscettibile di cambiamenti)

 

Per il momento, per entrare a far parte del collettivo, scrivere a eveblissett@subvertising.org